Dietro Francia e Germania per utilizzo: il paradosso della finanza agevolata
Mancanza di cultura imprenditoriale e frammentazione aziendale frenano l’accesso ai fondi
L’Italia si trova di fronte a un paradosso che costa miliardi di euro ogni anno: essere il primo paese europeo per fondi stanziati dall’Unione Europea ma dietro la Francia e la Germania come utilizzo. Con oltre 230 miliardi di euro disponibili per il settennio 2021-2027, il nostro paese riesce a spendere solo il 65% circa dei fondi, lasciando sul tavolo opportunità cruciali per la crescita economica.
Il problema principale risiede nella struttura del tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da una frammentazione estrema di microimprese familiari che faticano ad aggregarsi e a sviluppare una vera cultura imprenditoriale. “Nel nostro paese abbiamo una situazione unica in Europa: la presenza di grandi imprese è davvero risicata (circa lo 0,2% del totale delle aziende esistenti). Ne consegue che l’Italia è caratterizzata da migliaia di micro imprese frammentate e familiari’”, spiega Salvatore Reina, esperto di finanza agevolata e co-fondatore con Daniele Bellante di Contributo Utile.
La mancanza di informazione rappresenta il primo ostacolo significativo. Attualmente esistono oltre 600 bandi aperti simultaneamente tra le agevolazioni a carattere locale, regionale, nazionale ed europeo, con una finestra media di apertura di soli 15-20 giorni: “Mentre noi parliamo, probabilmente uno o due bandi avranno chiuso e ne saranno aperti altri due. È un mondo troppo dinamico per essere seguito in autonomia da un singolo imprenditore. Sarebbe meglio affidarsi a dei professionisti specializzati sulla materia”, evidenzia Reina.
La burocrazia costituisce il secondo grande freno. La complessità del sistema, dovuta ai necessari controlli sui requisiti per l’uso dei fondi pubblici, ha generato procedure talmente intricate da scoraggiare molte imprese dal richiedere i contributi. Questo ha generato un mercato della consulenza spesso improvvisato, dove liberi professionisti che facevano tutt’altro fino al giorno prima improvvisano ed offrono servizi di finanza agevolata senza le competenze necessarie. La cultura imprenditoriale italiana presenta inoltre un problema strutturale: molti imprenditori sono in realtà “dipendenti di sé stessi”, come sottolinea Bellante. “L’imprenditore italiano medio è qualcuno che dalla sua azienda prende lo stipendio per mantenersi, ma non ha minimamente la cultura imprenditoriale per far crescere l’azienda’”.
La situazione è particolarmente critica al Sud, dove paradossalmente sono disponibili più fondi grazie alle politiche di riequilibrio europee. Le regioni meridionali possono accedere a percentuali di contributi più elevate, ma la mentalità individualistica e la resistenza all’aggregazione limitano l’accesso a strumenti più sofisticati come i contratti di sviluppo, che partono da investimenti di 20 milioni di euro (7,5 milioni in alcuni settori specifici) e possono offrire importanti ritorni in termini di contributi a fondo perduto.
Esistono tuttavia esempi virtuosi che dimostrano le potenzialità del sistema. Un’azienda milanese di 24 dipendenti con fatturato di 3,5 milioni di euro è riuscita a ottenere oltre un milione e trecentomila euro attraverso 34 pratiche regolarmente presentate ed ammesse a beneficio in soli 20 mesi. “Questo dimostra cosa significa essere seguiti professionalmente, ma in Italia poche aziende conoscono queste possibilità pensando di essere ben seguite quando in realtà riescono ad ottenerla mediamente solo un paio di contributi l’anno.. La necessità di aggregazione emerge come soluzione strategica. “Solo aggregandosi le piccole imprese possono accedere a commesse importanti e ottenere considerazione dai fornitori internazionali”, spiega l’esperto. Tuttavia, la resistenza culturale all’aggregazione rimane forte, specialmente nelle regioni meridionali dove prevale la logica dell’impresa familiare.
Per il futuro, la sfida principale sarà sviluppare una vera cultura imprenditoriale che parta dalla formazione scolastica.: “Non esiste una scuola per imprenditori in Italia’, osserva Bellante. “Servirebbe un sistema formativo che insegni non solo le competenze tecniche, ma anche la gestione delle persone, la differenza tra aspetti finanziari ed economici, e l’importanza del controllo di gestione anche nelle piccole imprese”. L’impatto di questa situazione va oltre il mancato utilizzo dei fondi: rappresenta un’opportunità persa per modernizzare il sistema produttivo italiano, creare occupazione qualificata e ridurre il divario competitivo con gli altri paesi europei. La soluzione richiede un cambio di paradigma culturale che trasformi i ‘lavoratori autonomi’ in veri imprenditori capaci di visione strategica e crescita sostenibile.

