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Economia, Livolsi: “L’export non basta, la vera sfida è far crescere il Paese”

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ROMA – “Per molti mesi il dibattito economico è stato dominato da una convinzione: i dazi avrebbero inevitabilmente colpito il Made in Italy. Le previsioni formulate all’inizio del 2025 lasciavano immaginare un brusco rallentamento delle esportazioni italiane e un ulteriore indebolimento di un’economia che da anni cresce a ritmi inferiori rispetto ai principali partner internazionali. Invece non è andata così”. L’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nel nuovo appuntamento della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco.

IL MADE IN ITALY

“L’export italiano- spiega- ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese, confermando ancora una volta la competitività di molte filiere manifatturiere nazionali. Dalla meccanica all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai beni di investimento, il Made in Italy continua a occupare posizioni di rilievo sui mercati internazionali, dimostrando una notevole capacità di adattamento anche in un contesto geopolitico sempre più instabile. Sarebbe però un errore fermarsi alla celebrazione di questi risultati. Anche la stampa economica internazionale invita a una lettura più prudente. Parte della crescita è stata favorita da fattori eccezionali, come l’anticipo degli acquisti da parte di clienti statunitensi prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi, oltre che dall’ottima performance di alcuni comparti, in particolare quello farmaceutico. Alcuni osservatori hanno evidenziato come, al netto di tali elementi, il quadro appaia meno brillante e più esposto ai rischi derivanti dall’evoluzione del commercio mondiale”.

IL NODO DELLA CRESCITA

“La domanda da porsi, tuttavia, è un’altra- sottolinea Livolsi- se l’Italia è tra i maggiori esportatori del mondo, perché continua a registrare una crescita economica così contenuta? Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni hanno contribuito positivamente alla crescita del Pil. Eppure, Governo, Banca d’Italia, Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale e Ocse continuano a prevedere per il nostro Paese una crescita annua compresa tra lo 0,5% e lo 0,6%, ben lontana da quella delle economie più dinamiche. Questo significa che oggi l’export, pur rimanendo uno dei principali punti di forza del sistema produttivo italiano, non è più sufficiente, da solo, a sostenere lo sviluppo del Paese”.

L’ANALISI

Che cosa fare? “Occorre partire, innanzitutto, dalla consapevolezza che la competizione internazionale sta cambiando natura- afferma Livolsi- Negli Stati Uniti gli investimenti pubblici e privati si concentrano su intelligenza artificiale, semiconduttori, infrastrutture energetiche e data center. La Cina continua a rafforzare la propria politica industriale attraverso una pianificazione di lungo periodo e il controllo delle filiere strategiche. In entrambi i casi l’obiettivo non è soltanto esportare di più, ma aumentare la capacità produttiva, tecnologica e finanziaria del sistema economico. Anche l’Europa ha ormai riconosciuto che la competitività futura dipenderà dalla capacità di mobilitare capitali, innovazione e investimenti comuni, più che dal solo commercio internazionale. L’Italia parte da basi solide. Possiede una manifattura tra le più competitive al mondo, una straordinaria capacità di specializzazione e un patrimonio di competenze riconosciuto a livello internazionale. Ma queste qualità devono oggi essere accompagnate da una maggiore produttività, da imprese di dimensioni più adeguate, da maggiori investimenti in innovazione, digitalizzazione, capitale umano ed energia competitiva”.

LA SFIDA DEI PROSSIMI ANNI

L’export, quindi, “resta uno dei migliori indicatori della qualità della nostra industria. Non è però più sufficiente a misurare la salute economica del Paese. La vera sfida dei prossimi anni sarà trasformare la forza commerciale dell’Italia in una crescita strutturale della produttività e della competitività complessiva. In altre parole, non si tratterà soltanto di vendere di più nel mondo, ma di costruire un sistema economico capace di innovare di più, investire di più e, soprattutto, crescere di più. Il che significa anche affiancare alla forza dell’export una domanda interna più dinamica, favorita da una crescita dei salari reali coerente con gli incrementi di produttività, come avviene nelle principali economie avanzate” conclude Livolsi.
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